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Le parole di Tomaso Pirlo in memoria di Don Carletto

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Don Carletto

Ricordo Amministrazione Comunale
Le parole di Tomaso Pirlo
in memoria di

Masone. Proseguiamo il ricordo di Don Carletto Pastorino a venticinque anni dalla morte. Nel primo anniversario l’Amministrazione Comunale di Masone, affidò l’impegno al professor Tomaso Pirlo con queste parole che introducono la pubblicazione.

“Qualsiasi celebrazione ufficiale sarebbe in contrasto irriducibile con la personalità di un uomo schivo e semplificato dal Vangelo come è stato Don Carletto.

Con questo profilo vogliamo soltanto fare un servizio a questa comunità: scrivere nel suo patrimonio di memorie da conservare il senso e il valore di una testimonianza che oggi ancora più di ieri ci appare irripetibile.

Pellegro Ottonello – sindaco”

 

UN POVERO PRETE

Ora mi viene di continuo da immaginarlo lassù, oltre l’orizzonte, finalmente arrivato a contemplare la luce di quel mistero che è stato l’oggetto unico della sua forte immaginazione, la vetta irraggiungibile del suo salire.

E me lo vedo cercare anche lassù, l’ultimo posto o l’ultima colonna, se lassù ci sono colonne, dietro la quale nascondersi almeno un po’, per vedere da un margine in penombra, adatto a quel povero prete che si sentiva e non era.

Ed era così convinto che non c’era verso di farlo venire più avanti, di spingerlo più in mezzo a dire una cosa, ad occupare uno spazio un po’ più adeguato alle capacità.

“No, – ti diceva – no, sono soltanto un povero prete, cosa credi? Ma povero davvero, in ogni senso, non vedi?”.

E invece era un uomo di rara impressionabilità intellettuale, e di più rara forza espressiva, di cui non poteva non sapere.

Ma forse, davvero, l’intelligenza, quando lavora a certi livelli di finezza, diventa consapevole soprattutto dei suoi limiti. O forse ear la sua personalissima attitudine a patire, a registrare, con quella sua vibratile sensibilità cristiana, i mali e le violenze che la vita comporta, ad insegnargli quell’umiltà vera e un po’ assurda, a dargli una nozione anche fisica di pochezza personale, che, a sentir bene, un po’ gli tremava la voce, un po’ si leggeva nello sguardo ansioso, e traspariva anche nel suo continuo scappare verso i margini dela vita, il più lontano possibile dal centro.

Non nell’ultima fila era il posto che cercava come suo, ma in piedi dietro l’ultima fila.

Me lo vedo ancora laggiù in fondo, come fosse ieri, braccia conserte e sguardo a terra per tenere poco spazio anche con lo sguardo. Dopo ore e ore di riunioni e discorsi, spesso poco produttivi, il suo unico intervento, e raro anche questo, era un cenno di riso, ma discreto, e mezzo nascosto dalla testa in giù e dagli occhiali, che si lasciava crescere in faccia tutte le volte che mi sentiva “collaborare troppo attivamente al chiasso del mondo”. Lo consideravo un maestro di vita oltre che di cultura, o un maestro di quella rara cultura che si fa vita, e lui lo sapeva. Avrebbe potuto dirmelo tranquillamente a parole di essere più breve, di non consumarle troppo con l’abuso le parole in cui credevo, ma cercava sempre, e non soltanto con me, di esprimersi con un alfabeto meno logoro di quello verbale: le cose, specialmente quelle importanti, le diceva sempre col silenzio, che è stato, forse, la sua qualità interiore più fine, il segreto della forza comunicativa della sua parola.

Era un silenzio vivo, il suo: era ascolto vero, raro, specialmente della vita e della gente senza ascolto.

Era spazio regalato agli altri.” (continua)

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